Esistono gli Angeli ?

Con questo articolo intendo umilmente introdurre alcuni concetti di base relativi alla umanizzazione che le menti producono, in relazione a “necessità” psichiche di proiezione e concretizzazione. L’argomento riguarda il bene e il male che da sempre sono iconografati attraverso figure idealizzate chiamate angeli e demoni, che per definizione, lottano tra di loro ciascuno per il proprio tornaconto. La umanizzazione di queste figure diventa fin troppo evidente quando trasferiamo su di esse una gerarchizzazione che si riflette su piani operativi ed evolutivi. Gli angeli diventano arcangeli, serafini, cherubini ecc ecc e i demoni diventano diavoli, larve, spiriti bassi, satana e lucifero, dove il capo satana in qualche modo li contiene tutti quanti. La creazione di gerarchie è una tendenza nettamente umana e non può in alcun modo riflettersi nel mondo spirituale dove il principio è unario e converge, anzi, nella assoluta eguaglianza e nell’amore incondizionato che annulla ogni disparità. Dal punto di vista psicologico, la gerarchizzazione angelica serve esclusivamente a creare classi di merito tra medium e canalizzatori i quali affermando di dialogare, o di ricevere, con angeli e simili, piuttosto che con entità “normali” potenziano il loro EGO a dismisura e cercano di farsi strada in un ambiente di nicchia dove pochi possono accedere. Prima di diventare impopolare, voglio precisare che credo molto nelle entità energetiche multidimensionali (è più facile chiamarli angeli ?) e credo anche che l’energia che esse rappresentano nella matrice quantica, sia davvero al di sopra delle nostre capacità intuitive e cognitive e dunque la risorsa della umanizzazione, oltre ad essere una necessità psichica, una sorta di nevrosi dalla genesi inconsapevole, è anche uno strumento dell’EGO nella fase competitiva della personalità. Credo anche che ci siano delle persone che più di altre hanno capacità di elevazione in frequenza e dunque di canalizzazione dimensionale; la sola cosa in cui non credo, e da cui mi tengo lontano, è proprio quella della distinzione e gerarchizzazione delle Entità e dell’Energia, concetti veramente insostenibili per scienza e coerenza spirituale. Dunque gli angeli non esistono. O almeno non sono assolutamente ciò che si pensa che siano. Tutto ciò che è relativo agli angeli è partito da una rappresentazione dei livelli di consapevolezza (umani e solo umani) per mezzo di una simbologia angelica che è nata molto, molto tempo fa e oggi viene “usata” a volte anche senza ritegno, per elevarsi rispetto alla massa. Nel panorama spirituale, dunque, da ritenersi uno spazio sacro, ci sono molti soggetti che hanno fatto fortune anche economiche con la simbolizzazione angelica. Persone che hanno creato “linguaggi”, regole e comportamenti sicuramente non coerenti con quello che divulgano. Agli angeli viene dato un nome e una missione, un compito come se fossero Umani. Agli angeli viene assegnato anche un ruolo da incarnati e una presenza consapevole tra di noi, nel qui e ora, proprio a sottolineare la assoluta “necessità” di un contatto anche materiale con questa fumosa realtà dai contenuti egoici. Infine vorrei invitare a leggere il libro di Enoch; Il libro di Enoch è un testo aprocrifo o pseudoapocrifo della Bibbia in quanto fu riconosciuto come non canonico dalla Chiesa cattolica e come tale non inserito nella bibbia che conosciamo. Il libro di Enoch viene citato da molti autori classici e paleocristiani, perlomeno fino all’undicesimo secolo. Poi scompare, fino a che venne citato da Pico della Mirandola che nei suoi studi di diritto canonico ne aveva consultato una versione greca a Bologna. In questo libro, ad esempio la parola angelo viene usata per indicare una volontà collettiva per mezzo della quale il Piano Divino si realizza liberamente e spontaneamente attraverso tutti coloro che sono continuamente collegati in coscienza con la Presenza Divina, diventandone un veicolo. È solo la nostra tendenza ad antropomorfizzare (a dare forma umana) le cose che ci porta a vedere degli esseri o delle entità lì dove ci sono solo “cose” o situazioni; se non avessimo la tendenza a dare forma umana, allora ci sarebbe molto più semplice comprendere che un angelo non è una entità che sta lì e che vede e modifica i destini umani. Senza questa “tendenza” (che è il risultato di modificazioni a cui sono stati sottoposti gli esseri e quelli delle religioni lo sanno e sanno come pilotare ciò a loro vantaggio), non sarebbe molto semplice convincerci che un angelo è una entità e sarebbe facile per noi comprendere e sperimentare facilmente che non esiste alcun angelo umanizzato, ma che gli angeli sono, a volte, semplici uomini con un grande cuore connessi con l’Universo Divino. Infine, e concludo, la definizione di angelo coincide con un archetipo separativo, una sorta di visione psichica della realtà: infatti se voglio descrivere le qualità di un soggetto, ad esempio, elencando una serie di attività con una costellazione di aggettivi positivi, posso usare una sola parola come di solito facciamo, “è un angelo”. Tale concetto racchiude e sintetizza, per mezzo dell’archetipo, ogni qualità positiva che può essere messa in atto oppure esternata a fin di bene.

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Protocollo Elaborazione del Lutto

PROTOCOLLO CON TECNICHE INTEGRATE PER LA ELABORAZIONE DEL LUTTO

Con la parola lutto  s'intende sia la reazione emozionale che si sperimenta quando perdiamo una persona significativa della nostra esistenza, sia il tempo che segue alla sua morte. Si estende anche il concetto di lutto come metafora anche quando si perde una persona cara, non fisicamente ma dal punto di vista del contatto fisico, ad esempio una separazione, un divorzio, una coppia che si rompe, ecc ecc. Chiunque sia mancato, un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello, un nonno, un amico, sentiamo di aver perso una parte di noi stessi e, com'è naturale, sperimentiamo un periodo di sofferenza e difficoltà. Non si può amare qualcuno e perderlo, senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, della sua esistenza, senza diventare vulnerabili e provare dolore. Il lutto è come una ferita, il cui processo di cicatrizzazione e di guarigione richiede tempo e fatica. Questo processo costituisce un vero e proprio lavoro su se stessi per poter tornare a vivere una vita sicuramente molto diversa da quella precedente e che, gradualmente con il tempo, si scoprirà comunque densa di valore se si riuscirà a integrare la perdita nella trama della propria vita. Quando si perde una persona cara, si vive una delle esperienze più dolorose che la vita ci possa offrire. Riuscire ad affrontare questo difficile evento essendo capaci di mantenere un buon equilibrio interiore non è semplice. Nel vivere il lutto ci si scontra con la caducità della vita e col senso d’impotenza che si prova quando ci si rende conto di non poter fare più nulla per mantenere in vita la persona a cui siamo legati. Il lutto è vissuto ed elaborato in tempi e modi molto personali e differenti: non esiste una maniera giusta in assoluto. Ciascuno di noi ha personalità, modi di affrontare la vita e storie passate diverse, per cui il dolore e i comportamenti saranno differenti da quelli di qualsiasi altra persona, anche degli altri membri della famiglia. Alcuni superano il lutto in breve tempo, altri lo portano nel loro cammino a ogni passo; alcuni ne risentono profondamente, altri diventano più maturi, più validi di prima: certamente tutti ne soffrono e portano il ricordo della persona scomparsa.
Anche le manifestazioni del lutto sono molto diverse:
 alcune persone si comportano in maniera distaccata e controllata;
 altre piangono e si disperano rumorosamente;
 altre ancora vogliono stare da sole;
 certune preferiscono una compagnia costante;
 molte invece eliminano subito dopo la morte le cose che appartenevano alla persona cara;
 diverse altre le conservano immutate per anni;
 talune vanno ogni giorno al cimitero e altre ancora lo rifuggono totalmente.

Ogni lutto è diverso per qualità, intensità e durata delle reazioni emozionali, ma a tutte le persone richiede tempo e un vero e proprio lavoro per elaborarlo. Ciò che accomuna tutti i lutti è la presenza di un percorso con delle fasi che, pur con una certa irregolarità, in genere si susseguono: shock iniziale, disperazione, struggimento per la perdita, espressione di sentimenti e di reazioni emotive violente, nascita di una relazione interiore con il defunto, accettazione della perdita subita, e, solo alla fine, riorganizzazione di sé senza più la presenza fisica della persona cara. La risposta iniziale alla morte è uno stato di shock che paralizza e coinvolge completamente la persona. Si è talmente scossi e disorientati che per difendersi e sopravvivere alla perdita, si cerca di negare l'accaduto, di attutire le emozioni troppo forti per evitare la sofferenza e tenere lontano una realtà sentita insopportabile, priva di senso e portatrice in genere di significati essenzialmente negativi. Spesso può accadere che si è consapevoli razionalmente di ciò che è accaduto, ma non si riesca ad accettarlo emotivamente. Questo è un modo molto naturale per difendersi. Poi tutti gli interessi si concentrano sulla perdita e sul dolore. Il sonno, l'appetito, l'attività, la sessualità, la vita interiore e quella relazionale sono sconvolti: si può vivere un periodo più o meno lungo di abbattimento, costernazione, inibizione, astenia o iperattività paradossale e difensiva. Successivamente, quando si diventa più consapevoli della realtà della perdita, s'incomincia a esplorare il significato della privazione di quella figura per la propria esistenza. Si ripercorre la natura della relazione, guardando alla totalità della persona scomparsa, agli aspetti positivi e negativi, riconoscendo ciò che si è vissuto, condiviso e perduto e, per certe situazioni, anche tutto ciò di cui ci si è liberati, perché non sempre i rapporti sono stati semplici e soddisfacenti. In questa fase si è inondati da reazioni emotive più forti e più profonde di quelle che si sperimentavano abitualmente prima del lutto: tristezza, solitudine, nostalgia, paura, disperazione, angoscia, rabbia, rancore, rimpianti e sensi di colpa con i rispettivi correlati di aggressività e depressione, che sono i compagni più frequenti e fedeli di questo periodo. C'è il rischio di rimanere imprigionati nel passato e di allontanarsi dal presente. Frutto di questo periodo travagliato, in cui si apprende ad accettare la realtà della perdita, è lo sviluppo di una nuova relazione con la persona scomparsa. Si trova conforto nel conservare dentro di sé l'immagine della persona amata, i suoi valori, le esperienze condivise, sperimentando la capacità di mantenerne vivo il ricordo e la memoria e di continuare ad amarla, anche se non è più presente fisicamente. Successivamente, quando inizia un allentamento del dolore, diventa possibile riscoprire le proprie risorse e funzioni vitali che permettono di procedere nel percorso di ricostruzione della propria vita e di aprirsi agli impegni, ai progetti e ai rapporti, che aiutano a riaccostarsi alla vita e alla realtà.
Nelle situazioni normali, al di fuori quindi di lutti complicati e patologici, si deve pensare al lutto come a un processo che inizia, si sviluppa e si conclude: il dolore si attenua poco a poco e la vita riprende, colmando i vuoti con nuovi compiti e nuove presenze. Solitamente non si assiste alla remissione spontanea della sintomatologia nel caso in cui la persona colpita dal lutto non possieda quelle abilità cognitive e comportamentali necessarie a fronteggiare nel tempo l’emergenza. Infatti, non tutti possiedono un repertorio competente e capace di fronteggiare gli eventi stressanti improvvisi ed intensi come può essere la perdita di una persona cara.
In tale caso, ci potrebbe essere il rischio che l’esperienza della perdita porti ad un progressivo peggioramento della qualità della vita della persona fino a scatenare, in persone già predisposte, l’insorgenza di una psicopatologia quasi sempre connessa ad una PTSD ovvero sindrome da stress post traumatico.  In effetti, il meccanismo in base al quale sia possibile lo scatenarsi di una problematica psichica è riferibile al modello cognitivo-comportamentale: stress/vulnerabilità.

POSSIBILI APPROCCI RISOLUTIVI: Combinazione Ipnosi con Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)

L’ipnosi è una condizione naturale della mente da non confondere con gli stati di veglia e di sonno. In questo stato la mente è recettiva rispetto a stimoli interni ed esterni ed esprime in modo diverso capacità di elaborazione e realizzazione. Può svilupparsi spontaneamente attraverso stimoli etero o auto provocati. Non può essere considerato come uno stato alterato di coscienza, bensì uno stato modificato dove l’accesso all’inconscio è facilitato attraverso il linguaggio delle immagini e delle metafore. In questo stato il soggetto beneficia della guida di uno psicologo o un esperto di tecniche ipnotiche in termini di ricostruzione, rafforzamento dell’io e livello di consapevolezza delle proprie risorse. L'EMDR è un approccio misto verbale visivo creato dalla psicologa americana Francine Shapiro nel 1987. Originariamente concepito come uno strumento utile nella psicoterapia del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), in seguito ha incorporato al suo interno spunti teoretici ed applicativi provenienti da differenti paradigmi psicoterapeutici allo scopo di potenziarne l'efficacia e la flessibilità (Shapiro, 1995), consentendo l'applicabilità della metodica ben oltre i limiti dell'originario ambito del PTSD. L'elemento di maggiore carattere distintivo dell'EMDR è certamente l'impiego di determinati stimolazioni da parte del terapeuta che, tipicamente, producono nel paziente movimenti oculari a destra ed a sinistra del suo campo visivo. Tali movimenti oculari, a loro volta, generano una sorta di elaborazione accelerata delle informazioni associata ad una più rapida risoluzione di eventi negativi e traumatici (Shapiro, 1995). Questo avviene mentre il paziente focalizza la sua attenzione sul ricordo dell’esperienza traumatica che ha contribuito allo sviluppo del suo disagio o patologia . La ricerca ha in seguito indicato come i movimenti oculari sarebbero solo una delle possibili modalità efficaci di stimolazione bilaterale; risultano efficaci anche altri tipi di movimento oculare: tamburellamenti sul dorso o sul palmo delle mani, rumori proposti alternatamente alle orecchie, l'osservazione di una luce che scorre su una barra luminosa (per una rassegna sulla ricerca sulla stimolazione bilaterale, Lipke, 2000). In ogni caso, tali stimoli devono essere proposti all'interno di un contesto caratterizzato da un'attenzione duale, ovvero un'attenzione rivolta contemporaneamente al target di intervento ed allo stimolo bilaterale proposto dal terapeuta. La procedura-tipo o algoritmo di intervento consta di otto fasi specifiche, composte di elementi "non specifici" (relazione terapeutica, elementi psico-educazionali, etc.), di elementi specifici (stimolazione bilaterale, sequenzialità degli interventi effettuati) ed elementi mutuati - direttamente o indirettamente - da altre tradizioni di ricerca (assessment e ristrutturazione cognitiva, esposizione graduale, abreazione, assecondamento delle libere associazioni, manipolazione delle immagini mentali e tecniche provenienti dalla tradizione della psicoterapia ipnotica. Sembra che esista un sistema innato di elaborazione dell’informazione e che le patologie si sviluppino a causa del blocco di questo meccanismo. In questo caso movimenti oculari opportunamente stimolati produrrebbero una ri-sincronizzazione dell’attività dei due emisferi. L’ipnosi condotta attraverso il linguaggio del terapeuta: uso delle visualizzazioni e delle metafore, può portare la persona a raggiungere uno stato di calma e di recupero di risorse e prepararla all’utilizzo dell’E.M.D.R. Inoltre, se necessario, potrà attivare la capacità di onorare il legame con il proprio congiunto, non più improntato sul dolore ma sull’amore. Una perdita può essere così devastante da bloccare tutti ricordi positivi della persona amata: è quindi importante far elaborare i momenti traumatici che creano disagio, per attivare l’affioramento dei ricordi positivi. I ricordi positivi rappresentano il ponte tra il mondo con la persona amata ed il mondo senza di essa, danno colore e significato alla relazione e costruiscono la nostra rappresentazione interiore di quella persona. La terapia ipnotica condotta prima dell'EMDR è poi assolutamente indicata quando il paziente non è in grado di "lasciarsi andare" e fidarsi delle proprie sensazioni ed emozioni, abilità fortemente richiesta dall'impiego dell'EMDR e che può essere gradualmente sviluppata attraverso l'impiego della terapia ipnotica: per esempio attraverso l'apprendimento di tecniche di autoipnosi. Allo stesso modo, la psicoterapia ipnotica sembra agevolare il successivo lavoro con l'EMDR con persone provviste di una scarsa competenza emotiva, la cui massima espressione è l'alessitimia, rappresentando l'approccio ipnotico un possibile contributo all'addestramento dello sviluppo delle competenze emozionali e di "ascolto propriocettivo" necessari per questi pazienti (Taylor, 1997). L'inizio della terapia attraverso l'ipnosi è poi da consigliarsi quando il paziente, essenzialmente come esito della sua storia di attaccamento (Giannantonio, 2000), si trova in una delle seguenti eventualità:
1) ha notevole bisogno di supporto per esplorare il proprio mondo interiore e, di conseguenza, l'impiego di metodologie ipnotiche è fortemente indicato potendo fare leva sul rapporto viscerale che instaura tra paziente e terapeuta e sul lavoro all'interno di una costante condizione di sicurezza. L'autoesplorazione sarà in questo modo avvantaggiata;
2) è estremamente diffidente ed ha paura di essere spinto in direzioni che non può controllare e per tale motivo, con l'EMDR, può scegliere di rendere impraticabile qualunque tentativo di lavoro diretto. Un preventivo lavoro permissivo ed indiretto con la psicoterapia ipnotica può essere fondamentale in quanto mostra chiaramente al paziente che il controllo del lavoro può e deve essere sempre nelle sue mani.
Potrebbe inoltre essere indicata l’impiego dell’ipnosi durante una seduta di EMDR quando il paziente ha bisogno di abbassare l’arausal dopo aver avuto accesso ad emozioni troppo intense e disturbanti o per sbloccare momenti di possibile stallo durante la seduta stessa causati da una difficoltà del paziente a tollerare il materiale emozionale emerso in seduta ed esplorare con maggiore discrezionalità l’area di lavoro che si sta accingendo a lavorare ed attivare le sue capacità di coping. L’EMDR viene utilizzata su ciò che c’è di più acuto, valutando naturalmente, con adeguato assessment le capacità e la prontezza del paziente al suo utilizzo, si lavora con l’elemento percepito con maggiore intensità, sui sintomi intrusivi se presenti, sui traumi, sul senso di impotenza, sul senso di colpa e sulle circostanze che hanno portato a far emergere i vissuti disturbanti. L’ipnosi è fondamentale come integrazione all’elaborazione del lutto, in quanto aiuta il paziente ad instaurare una sensazione di sicurezza, aumentare l’autoefficacia personale, a creare un legame di fiducia con il terapeuta che possa condurlo a guardarsi dentro.
Dopo che si elabora la perdita della persona amata, bisogna valutare cosa emerge nuovamente, cosa viene percepito, parte dell’elaborazione del lutto è una riconciliazione con sé stessi senza la persona cara. Terminata la seduta di EMDR, è opportuno utilizzare l’ipnosi per indurre un leggero stato di trance per stabilizzare il paziente e fargli recuperare energie se la seduta è stata faticosa ed impegnativa. A quanto scritto sino ad ora si può affermare che la psicoterapia ipnotica e l’EMDR sono facilmente e produttivamente integrabili in quanto si può dire che presentano alcune similitudini procedurali e concettuali quali:
1) entrambe tendono all'impiego olistico di tutte le risorse del paziente: razionali, comportamentali, emotive, somatiche, presupponendo, ericksonianamente, fino a prova contraria, che l'individuo possegga fin dall'inizio tutte le risorse necessarie per il cambiamento; o sono entrambi approcci intrinsecamente psicosomatici e, come tali, elettivi nell'intervento sui disturbi post-traumatici (van der Kolk, 1996);
2) entrambe sono particolarmente efficaci nell'intervento sulla memoria procedurale, sulla memoria stato-dipendente e nell'integrazione fra i differenti sistemi di memoria (Giannantonio, 2000);
3) entrambe puntano sull'integrazione degli stati di coscienza, dell'identità personale, delle reti mnestiche, e delle psicoterapie in genere, presupponendo anche una concezione intrinsecamente dissociativa della mente (Phillips, Frederick, 1995), e con ciò distanziando inevitabilmente l'EMDR dall'approccio cognitivo-comportamentale che pure, sempre più frequentemente, fa riferimento ad essa;
3) sono molto efficaci nel ridurre l'iperassociazione e la dissociazione, spesso entrambe presenti in molti traumi (van der Kolk et al., 1997);
4) entrambe consentono una vivida produzione di esperienze interpersonali profondamente mutative atte ad integrare le precedenti esperienze di attaccamento deficitarie o patologiche (Giannantonio, 2000; Manfield, 1998; Parnell, 1999; Wade, 2001)

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Ferite Infantili

Alcune delle ferite psicologiche che possono condurre ad alterazioni comportamentali adulte, si generano durante l'infanzia, a partire dai 4 anni di età circa ma a volte anche prima. Si tratta di alcuni comportamenti considerati dai genitori banali, normali: una promessa mancata, un viaggio di uno dei genitori senza spiegarlo al bambino, una lite destabilizzante tra mamma e papà, tutte cose che possono accadere e che vengono "normalizzati" in una routine familiare, ma che lasciano profonde tracce nella sfera cognitiva in formazione del bimbo. Ci sono Genitori che tendono a manipolare i bambini coinvolgendoli, ad esempio, in attività che non sono altro che una proiezione delle proprie occasioni mancate o frustrazioni. Ad esempio un genitore a cui piace il pianoforte e non ha potuto studiarlo, tenderà ad imporre al figlio questa attività anche contro la sua volontà. Quando un bambino viene manipolato o tradito ripetutamente dai suoi genitori, difficilmente si fiderà delle altre persone né di se stesso. Dovrà lottare con tutte le sue forze contro quella tendenza a non avere fiducia per riuscire a stabilire dei vincoli intimi con gli altri. Se si imbroglia un bambino promettendo cose che non può avere o che non ci si impegna a compiere, questo svilupperà un senso di sfiducia latente che ben presto si estenderà caratterialmente traducendosi in un comportamento, molto spesso, asociale. Per questo motivo, è importante regalare ad un bambino il giocattolo che gli avevate promesso, portarlo a giocare al parco se lo avete promesso o comunque trasmettere il messaggio che ci si può fidare degli altri. Naturalmente con il tempo il bambino crescendo svilupperà le proprie individuali esperienze che condurranno ad un giusto equilibrio tra il fidarsi incondizionatamente e fidarsi con valutazione del caso. Queste azioni agli occhi degli adulti possono passare inosservate o prive di importanza, ma  per i bambini rappresentano un insegnamento riguardo a cosa aspettarsi, in generale, dalle persone care. Se un bambino osserva che i suoi genitori mentono, imparerà che le parole hanno poco valore. Avrà quindi difficoltà a credere a quello che dicono gli altri e a sforzarsi più del necessario per rispettare le sue stesse parole. Segue la paura dell’abbandono che nasce anche essa in tenera età a fronte di precisi schemi maturati all’interno della matrice familiare. Un bambino che si è sentito solo, ignorato o abbandonato, inizierà a credere che la solitudine è totalmente negativizzante e opterà inconsapevolmente per una delle seguenti scelte: diventare eccessivamente dipendente dagli altri, cercando di continuo qualcuno che lo protegga e lo accompagni, oppure rinunciare alla compagnia degli altri, come misura precauzionale per non soffrire un potenziale abbandono. Coloro che seguono la necessità di una dipendenza affettiva, saranno in grado di tollerare qualsiasi tipo di relazione pur di non sentirsi soli. Credendo  di essere completamente incapaci di affrontare la solitudine e, per questo,disposti a pagare qualsiasi prezzo per la compagnia, anche una relazione devastante e distruttiva funziona.  Chi vive  nelle relazioni la paura dell’abbandono è incapace di godere dell’affetto sincero di una persona cara o di un compagno/a Marito o moglie. Per queste persone, l’amore è sinonimo di paura e  quanto più affetto proveranno per un’altra persona, più crescerà la loro ansia e il loro desiderio di scappare. Sono le classiche persone disposte a porre fine ad una relazione invidiabile per l’angoscia che provocherebbe loro un’eventuale perdita (abbandono) della figura amata. Un altro lato negativo del percorso educativo è la sensazione di rifiuto che i genitori a volte provocano nel bambino/a. Molti sono i canali attraverso cui si veicola questa visione negativa, cominciando dalle famiglie numerose dove esistono rapporti competitivi tra fratelli e sorelle oppure quando il bambino matura la netta sensazione di non essere stato voluto e desiderato ma di essere stato concepito per mero errore.  Ma anche un bambino che è stato continuamente criticato e sminuito dai suoi genitori, avverte lo stesso disaggio e diventa nemico di se stesso, sviluppando un dialogo interiore nel quale le costanti sono l’auto-rimprovero e l’auto-recriminazione. Questo bambino, in età adulta, probabilmente non si sentirà mai in accordo con ciò che fa o pensa. Troverà sempre il modo di sabotare i suoi piani e gli sarà difficile capire che possiede anche delle virtù e che può avere successo. Sentirà di non meritare l’affetto né la comprensione di nessuno, e che le sue espressioni d’amore nei confronti degli altri mancano di validità, supporto e sostegno.  In generale, questi bambini si trasformeranno in adulti isolati e sfuggenti, che proveranno panico in situazioni di contatto sociale, attraverso la espressione di vere e proprie crisi. Allo stesso tempo, saranno estremamente dipendenti dalle opinioni altrui. Di fronte ad ogni minima critica, si sminuiscono del tutto, poiché non sanno distinguere un’osservazione oggettiva da un attacco personale. Se oltre ad essere stato rifiutato, il bambino è anche stato umiliato, le conseguenze saranno ancora più gravi. L’umiliazione lascia sentimenti di ira irrisolti, che si trasformano in una sensazione continua di impotenza. Questa condizione molte volte trasforma le persone, rendendole tiranniche ed insensibili, e portandole ad umiliare gli altri, mentre a volte, specialmente in soggetti PAS, conduce ad una serie di rimarginamenti interiori finalizzati alla svalutazione personale.

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Quanto influisce la matrice genitoriale nella formazione caratteriale del bambino

A volte capita che i Genitori, anche inconsapevolmente, riversino sui figli, dei contenuti educativi ereditati dai propri genitori perpetrando quelle che vengono definite catene educative. Queste catene educative, tra l'altro, hanno la insita capacità di riportare contenuti educativi generazionalmente non più adeguati che si scontrano con i valori attuali. A seguito di ciò si instaurano spesso dei contenuti svalutanti all'interno dei quali un bambino viene manipolato o tradito insistentemente dai suoi genitori, o perlomeno questa è la sensazione che il bambino recepisce. Tali contenuti verranno in seguito riportati e riprodotti nelle relazioni future e dunque avendo perso fiducia nei contenuti genitoriali, difficilmente si fiderà delle altre persone e nemmeno  di se stesso. Dovrà lottare con tutte le sue forze contro quella tendenza a non avere fiducia per riuscire a stabilire dei vincoli intimi con gli altri. 

Si imbroglia un bambino quando gli si promettono cose che non può avere o che non ci si impegna a compiere. Per questo motivo, è importante regalare ad un bambino il giocattolo che gli avevate promesso, portarlo a giocare al parco il giorno stabilito insieme e dedicargli il tempo che avevate promesso di dedicargli.

Queste azioni agli occhi degli adulti possono passare inosservate o prive di importanza. Tuttavia, per i bambini rappresentano un insegnamento riguardo a cosa aspettarsi, in generale, dalle persone care.

Se un bambino osserva che i suoi genitori mentono, imparerà che le parole hanno poco valore. Avrà quindi difficoltà a credere a quello che dicono gli altri e a sforzarsi per rispettare le sue stesse parole. Questa cicatrice implica che, durante lo sviluppo, il bambino avrà grandi difficoltà a stringere rapporti con gli altri e a costruire una vera intimità – rifugio- nel quale si senta al sicuro con qualcuno.

La paura dell’abbandono

Un bambino che si è sentito solo, ignorato o abbandonato, inizierà a credere che la solitudine è totalmente negativa e opterà per una delle seguenti scelte: diventerà eccessivamente dipendente dagli altri, cercando di continuo qualcuno che lo protegga e lo accompagni, oppure rinuncerà alla compagnia degli altri, come misura di precauzione per non soffrire un potenziale abbandono.

Coloro che seguono la scia della dipendenza, saranno in grado di tollerare qualsiasi tipo di relazione pur di non sentirsi soli. Credono di essere completamente incapaci di affrontare la solitudine e, per questo, sono disposti a pagare qualsiasi prezzo per la compagnia.  

Chi scappa la paura dell’abbandono per la via dell’indipendenza ad oltranza è incapace di godere dell’affetto sincero di una persona cara. Per queste persone, l’amore è sinonimo di paura. Quanto più affetto proveranno per un’altra persona, più crescerà la loro ansia e il loro desiderio di scappare. Sono le classiche persone disposte a porre fine ad una relazione invidiabile per l’angoscia che provocherebbe loro un’eventuale perdita della figura amata.

La paura del rifiuto

Un bambino che è stato continuamente criticato e sminuito dai suoi genitori diventa nemico di se stesso. In questo modo, sviluppa un dialogo interiore nel quale le costanti sono l’auto-rimprovero e l’auto-recriminazione.

Questo bambino, in età adulta, probabilmente non si sentirà mai in accordo con ciò che fa o pensa. Troverà sempre il modo di sabotare i suoi piani e gli sarà difficile capire che possiede anche delle virtù e che può avere successo. Sentirà di non meritare l’affetto né la comprensione di nessuno, e che le sue espressioni d’amore nei confronti degli altri mancano di validità.

In generale, questi bambini si trasformeranno in adulti isolati e sfuggenti, che proveranno panico in situazioni di contatto sociale. Allo stesso tempo, saranno estremamente dipendenti dalle opinioni altrui. Di fronte ad ogni minima critica, si sminuiscono del tutto, poiché non sanno distinguere un’osservazione oggettiva da un attacco personale.

Se oltre ad essere stato rifiutato, il bambino è anche stato umiliato, le conseguenze saranno ancora più gravi. L’umiliazione lascia sentimenti di ira irrisolti, che si trasformano in una sensazione continua di impotenza. Questa condizione molte volte trasforma le persone, rendendole tiranniche ed insensibili, e portandole ad umiliare gli altri.

Le cicatrici lasciate da queste esperienze infantili sono molto difficili da rimarginare. Tuttavia, questo non significa che non sia possibile né che non possano trasformarsi positivamente. Il primo passo sta nel riconoscerle e nell’essere consapevoli che bisogna lavorarci su, per impedire che determinino il resto della nostra vita.

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Test dei colori

Il significato degli Otto Colori

Quanti sono i colori? Tanti tantissimi, e tutti meravigliosi. Ognuno di loro ha un fascino misterioso un significato psicologico e fisiologico. Questo significato è universale. E’ lo stesso in tutto il mondo, per i bambini come per gli adulti, per gli uomini e per le donne, che siano della nostra, o di un’altra cultura. Ciascuno di noi predilige un particolare colore. Sempre il medesimo, in qualsiasi momento? Saremmo portati a pensarlo. Ma, in effetti, non è così. Il colore rispecchia un nostro determinato stato d’animo, una particolare situazione che stiamo affrontando, esprime quel che noi stessi siamo o vorremmo essere.

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Assertività

Il  comportamento  assertivo  è  quel comportamento attraverso il quale si affermano i propri punti di vista, senza prevaricare né essere prevaricati. Si esprime attraverso la capacità di utilizzare in ogni contesto relazionale la modalità di  comunicazione  più  adeguata.Potremmo  anche definire l’assertività come quel punto d’equilibrio fra  uno  stile  comunicativo  passivo  ed  uno aggressivo.  Con  essa  viene  adottato  uno  stile comunicativo  che fiducia-gatto-leone permette  all’individuo  di esprimere le proprie opinioni, le proprie emozioni e  di  impegnarsi  a  risolvere  positivamente  le situazioni  e  i  problemi.  Non  esiste  una  risposta assertiva definibile in modo assoluto, essa deve essere valutata all’interno della situazione sociale ed è un processo continuo di aggiustamento della propria  performance  comunicativa.  Il comportamento assertivo quindi non è intermedio tra  il  comportamento  aggressivo  e  passivo: obiettivo  per  una  comunicazione  assertiva  è  la capacità  di  ridurre  le  proprie  componenti aggressive e passive. L’assertività è un modo di comunicare  che  nasce  dall’armonia  tra  abilità sociali,  emozioni  e  razionalità  senza necessariamente  modificare  la  propria personalità. In questa integrazione entra in gioco l’aspetto neurovegetativo per le emozioni, quello motorio volontario per i gesti e le azioni ed infine quello  corticale ­cognitivo  per  i  pensieri  e  le verbalizzazioni.  Tra  questi  tre  aspetti  della personalità esiste un rapporto di interdipendenza per  cui  migliorare  l’assertività  significa  agire  su ognuno dei tre. Non solo è importante conoscere le  tecniche  per  migliorare  l’assertività,  ma occorre  sviluppare  nuove  abitudini  di comportamento  e  perfezionare  l’educazione  dei sentimenti e delle emozioni. Familiarizzarsi con il mondo  dei  sentimenti  richiede,  infatti, “un’educazione  sentimentale”.  La  struttura concettuale dell’assertività è l’ordine che ciascuno pone  nella  propria  vita,  quando  con  maggiore consapevolezza  pensa  a  se  stesso  e  interagisce con  le  altre  persone.  Questo  modo  di  agire permette  di  stabilire  un  rapporto  attivo  e intelligente che si basa sulla valutazione corretta della situazione e sull’avere a disposizione i mezzi adeguati  per  poter  scegliere  la  soluzione  più appropriata.  Il  costrutto  dell’assertività  è costituito  dall’idea  di  libertà  come  capacità  di affrancarsi  dai  condizionamenti  ambientali negativi e comprende la conoscenza di sé e della propria  personalità,  della  teoria  dei  diritti assertivi (in ciò è inclusa l’idea della reciprocità, ovvero il medesimo diritto di comunicare desideri e convinzioni e di perseguire obiettivi individuali viene  riconosciuto  anche  agli  altri,  il  saper riconoscere  e  criticare  le  idee  irrazionali  che generano  e  mantengono  i  disagi  e  i  disturbi emotivi). alta_autostima Il  secondo  aspetto  riguarda  la  forma dell’assertività, ovvero la capacità di esprimersi in modo più evoluto ed efficace, tradotta quindi in abilità non verbali e verbali, e, più in generale, incompetenza sociale. Tale aspetto è stato definito da  L.  Philhps  (1968)  come  “l’ampiezza  con  cui l’individuo  riesce  a  comunicare  con  gli  altri,  in modo da soddisfare diritti, esigenze, motivazioni e  obblighi,  in  misura  ragionevole  e  senza pregiudicare  gli  analoghi  diritti  delle  altre persone, in forma di libero e aperto dialogo”. In questo caso la persona assertiva sa esprimere in modo  chiaro  e  tecnicamente  efficace,  emozioni, sentimenti,  esigenze  e  convinzioni  personali riducendo  sempre  più  le  sensazioni  d’ansia, disagio  o  aggressività.  A  questa  modalità comunicativa  si  contrappone  uno  stile comunicativo passivo e aggressivo.

Caratteristiche del tipo aggressivo
Il soggetto con questo stile è una persona che non rispetta i limiti degli altri, è concentrato sui propri desideri  senza  badare  a  coloro  che  gli  sono intorno. Per fare questo utilizza qualsiasi mezzo a propria disposizione, anche distruttivo e violento. La tendenza è quella di dominare gli altri e l’unico obiettivo  che  si  pone  è  il  potere  personale  e sociale. Alla base di questo tipo di comportamento vi  sono  ancora  delle  componenti  d’ansia accompagnate però da rabbia e ostilità. C’è anche un  disprezzo  degli  altri  e  un  mancato riconoscimento della dignità altrui.

Caratteristiche del tipo passivo
Il soggetto con uno stile di comunicazione passivo pensa  più  ad  accontentare  gli  altri  che  non  se stesso,  è  facilmente  influenzabile  e  subisce  le situazioni  senza  opporsi.  È  un  soggetto  che  ha un’elevata  ansia  sociale,  che  non  riesce  ad esprimere  adeguatamente  i  propri  bisogni  e  le proprie  esigenze.  Il  suo  obiettivo  è  ottenere  il consenso  di  tutti  ed  evitare  qualsiasi  forma  di contrasto con gli altri. Nel breve termine questo tipo di atteggiamento è utile per ridurre l’ansia, ma finisce col limitare notevolmente la capacità dì azione  della  persona.  Alla  base  di  questo atteggiamento  vi  sono  spesso  sensi  di  colpa associati ad una forte componente ansiosa.

I livelli dell’assertività
La  struttura  concettuale  dell’assertività  è  basata sulla funzionalità di cinque livelli ognuno dei quali ne  definisce  un  aspetto.  Il  primo  livello  è costituito  dalla  capacità  di  riconoscere  le emozioni,  il  cui  obiettivo  riguarda  l’autonomia emotiva e la percezione delle emozioni senza il coinvolgimento  negativo  legato  alla  presenza  di altre persone (arrossire, balbettare, vergognarsi, ecc.). Il secondo livello: la capacità di comunicare emozioni e sentimenti, anche negativi, attraverso molteplici  strumenti  comunicativi  rappresenta  il secondo livello che riguarda la libertà espressiva, ovvero  il  controllo  delle  reazioni  motorie  senza che  queste  siano  alterate  o  inibite  dall’ansia  e dalla  tensione.  Al  terzo  livello  troviamo  la consapevolezza  dei  propri  diritti  nel  senso  di avere rispetto per sé e per gli altri. Esso ha un ruolo  centrale  nella  teoria  dell’assertività  in quanto  la  distinzione  tra  i  comportamenti aggressivi, passivi e assertivi si fonda sui diritti e sul  principio  di  reciprocità.  Il  quarto  livello  è rappresentato dalla disponibilità ad apprezzare se stessi e gli altri. Questo implica la stima di sé, la capacità  di  valorizzare  gli  aspetti  positivi dell’esperienza  con  una  visione  funzionale  e costruttiva  del  proprio  ruolo  sociale.  L’ultimo livello è relativo alla capacità di auto­realizzarsi e di poter deciderimages-22e sui fini della propria vita.  Per raggiungere tale obiettivo è necessario possedere un’immagine  positiva  di  se  stessi,  fiducia  e sicurezza  personale.  Il  possedere  tali caratteristiche comporta una maggiore capacità di autocontrollo,  di  intervento  sulle  situazioni  e  di soluzione  dei  problemi,  un  “ambiente  interno” rilassante che permette di percepire le difficoltà non come occasioni negative di frustrazione, ma come ostacoli da superare abilmente. Gli obiettivi dei vari livelli vengono raggiunti intervenendo sia sull’aspetto  concettuale,  di  contenuto,  sia sull’aspetto tecnico, riguardante il modo di agire e di comunicare.
Le componenti dell’Assertività AUTOSTIMA Autostima come il giudizio che ogni individuo  dà  del  proprio  valore.  E’  anche  avere fiducia nelle proprie capacità di pensare, scegliere e prendere decisioni.. Essa  si  può  modificare  durante  l’intera  vita influenzata  da  successi  e  fallimenti.  Successi  e fallimenti che viviamo attualmente, che abbiamo già vissuto, che pensiamo di vivere nel futuro. OBIETTIVI  CHIARI  L’avere  obiettivi  chiari  può aumentare la percentuale di successi ed influire, così, positivamente sull’autostima personale. SAPER  ASCOLTARE  Spesso  lamentiamo  che  gli altri non ci ascoltano, ma chiediamoci anche se noi sappiamo ascoltare gli altri. SAPER  ASSUMERE  RISCHI  Affermare  le  proprie convinzioni e comunicare le proprie aspettative. SAPER DIRE DI NO Fondamentale è saper dire di no  senza  sentirsi  in  colpa.  Non  è  piacevole  per nessuno  dire  di  “no”  ,  ma  diventa  essenziale quando: ­dire di “si” non aiuta né noi, né l’altro ­non  sono  presenti  elementi  obiettivi  per dire di “sì” ­dire  di  “no”  aiuta  direttamente  o indirettamente l’altro. Il nostro “no” và motivato, spiegato, espresso in modo  non  aggressivo  suggerendo  delle alternative. SAPER  AMMETTERE  GLI  SBAGLI  Sbagliare  non  è piacevole, ma è ancora più spiacevole scoprire di essere così poco importanti che non se ne accorge nessuno. CRITICARE IN MANIERA COSTRUTTIVA Affrontare il  problema  in  maniera  razionale,  obiettiva,  non emotiva.  La  critica  è  espressa  in  maniera impersonale  senza  ferire  l’altro  e  nessuno  è vincente. La critica deve essere posta in maniera specifica e riguardare il comportamento e non la persona. Conseguentemente è l’osservazione di un fatto e non un’accusa o un giudizio emotivo. Il suo scopo è correggere in maniera costruttiva. TECNICHE ASSERTIVE PER FARE MODIFICARE UN COMPORTAMENTO Esprimere  empatia  con  l’altro  (sono partecipe del….) Descrivere  il  comportamento  che  ha  un impatto negativo su di noi Esprimere  il  sentimento  conseguente  al suddetto comportamento Spiegare  il  sentimento  (perché  mi  sento così) Specificare  il  cambiamento  desiderato  nel comportamento Analizzare  le  conseguenze  positive  se  ci sarà il cambiamento Analizzare le conseguenze negative se non ci sarà il cambiamento Confermare la relazione (te lo dico perché ci tengo) Richiedere di risolvere insieme il problema (come posso aiutarti?) All’interno di una comunicazione verbale assertiva è utile adoperare i seguenti criteri: una maggiore autoapertura dando maggiori informazioni su noi stessi comunicare  i  propri  sentimenti  perché  si favorisce  una  maggiore  apertura  e chiarezza  nelle  relazioni,  in  quanto  le emozioni hanno un alto valore comunicativo la tecnica del “disco rotto” consistente nel ribadire e ripetere in maniera sistematica il contenuto  chiave  che  si  vuole  trasferire all’interlocutore.  Il  tutto  all’interno  di  una  modalità  comunicativa serena, senza aggredire o irritare.

Diritti assertivi
I  diritti  assertivi  comprendono  il  rispetto  di  se stessi,  delle  proprie  esigenze,  sentimenti  e convinzioni.  Tali  diritti  sono  necessari  per costruire  sentimenti  e  pensieri  positivi  come l’autostima e la fiducia. Riconoscerli e rispettarli significa anche riconoscerli e rispettarli negli altri.
Ma  vediamo  quali  sono  questi  diritti  assertivi. Innanzitutto il più importante:
DIRE NO ALLE RICHIESTE ALTRUI SENZA SENTIRSI IN COLPA
Di seguito
• il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro. • il diritto di mantenere la propria dignità agendo in modo assertivo, anche se ciò urta qualcun altro, a condizione che il movente sia assertivo e non aggressivo. • il diritto di fare richieste ad un’altra persona, dal momento che riconosco all’altro l’identico diritto di rifiutare. • il diritto ridiscutere il problema con la persona interessata, e di giungere a un chiarimento. • il diritto ad attuare i propri diritti ed al rispetto altrui dei propri diritti. il diritto di avere idee, opinioni, punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli degli altri il diritto a che le proprie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone il diritto ad avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone il diritto a provare determinati stati d’animo ed a manifestarli in modo assertivo se si decide di farlo il diritto di commettere degli errori, in buona fede il diritto di decidere di sollevare una determinata questione o, viceversa, di non sollevarla il diritto di essere realmente se stessi, anche se questo significa a volte contravvenire a delle aspettative esterne il diritto di chiedere aiuto. Essere assertivi non è facile, costa sacrificio ed esercizio  costante  al  fine  di  ottenere  risultati soddisfacenti. Importante è, comunque, iniziare a praticarli,  se  non  tutti  insieme,  anche  uno  alla volta. Come si è riusciti superarne uno, passare a quello  successivo.  Come  recita  un  aforisma  zen “un  cammino  è  fatto  di  mille  passi”. Incominciamo,  un  passo  alla  volta,  a  fare  il cammino verso l’assertività.

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Essere Simmetrico e e Asimmetrico

(idee tratte da “L’inconscio come insiemi infiniti”)

L’inconscio

Negli scritti di Freud si manifestano due linee di ricerca, due differenti quadri epistemologici: l’inconscio come sistema energetico e l’inconscio come logica.

Potremmo aggiungere anche queste due cornici di riferimento: l’inconscio contenutistico (legato al concetto di rimozione) e l’inconscio strutturale (che mette in evidenza la sintassi, le regole che governano questa realtà).Potremmo aggiungere anche queste due cornici di riferimento: l’inconscio contenutistico (legato al concetto di rimozione) e l’inconscio strutturale (che mette in evidenza la sintassi, le regole che governano questa realtà).

Queste due linee di pensiero vengono spesso confuse fra loro anche perché lo stesso Freud non fu mai chiaro a riguardo. Nella letteratura psicoanalitica classica l’approccio energetico ha ricevuto maggiore attenzione, Matte Blanco ritiene che fu l’inconscio come logica la vera scoperta rivoluzionaria di Freud (p. 238).

In effetti, questo sembra il caso, poiché l’espistemologia energetica risulta fondata sulla prima legge della termodinamica (conservazione e trasformazione dell’energia) e conduce, in coerenza con le sue premesse, a un modello di casualità lineare che nel campo della psiche risulta inadeguato alla luce delle scoperte attuali (come per esempio della terapia sistemica).

Il termine “inconscio” risulta quindi fuorviante proprio perché può far pensare che l’inconscio sia semplicemente il deposito oscuro di istinti arcaici e del rimosso. In realtà l’inconscio inteso in questo termine non era una scoperta completamente nuova, la vera scoperta di Freud è la descrizione di un mondo retto da leggi completamente diverse da quelle che reggono il pensiero cosciente. La qualità di essere “inconscio” sarebbe soltanto un epifenomeno poiché è la sua stessa struttura che impedisce che la mente conscia possa coglierlo se non in modo indiretto tramite ciò che Blanco chiama funzione di dispiegamento o di traduzione: “La qualità di essere inconscio non inerisce o è inevitabilmente essenziale all’essere simmetrico. È, invece, una conseguenza della natura della coscienza che non può in sé contenerlo. “Qualcosa di simile è affermato anche da Freud quando scrive: “Come possiamo arrivare a conoscere l’inconscio? Naturalmente lo conosciamo soltanto in una forma conscia dopo che ha subito una trasformazione o traduzione in qualcosa di conscio.”

Altrove Matte Blanco fa intendere che la logica bivalente (la logica del sistema conscio) non sia altro che una logica con meno dimensioni della logica simmetrica o logica inconscia. Un esempio molto bello e chiarificatrice lo troviamo a pagina 80: “la coscienza non ha le imensioni per contenerlo; allo stesso modo, non si può versare acqua in una brocca dipinta poiché questa brocca ha solo due dimensioni e per ricevere acqua ce ne vogliono tre.

Così si spiegherebbero vari fenomeni paradossali e illogici per il nostro pensiero logico come per esempio l’ambivalenza (amore e odio allo stesso tempo nei confronti dello stesso oggetto), la violazione del principio di non-contraddizione, l’abolizione delle categorie di spazio e tempo”.

Ricordiamo che anche lo psicanalista francese Jacques Lacan aveva approfondito questo tema ed era giunto a conclusioni per certi versi simili a quelle proposte da Matte Blanco: Lacan diceva infatti che “c’è chi parla, Ça parle: un soggetto nel soggetto, trascendente il soggetto” [Silvia, Vegetti Finzi, Storia della psicanalisi, p. 388] ma il suo discorso è indecifrabile per il soggetto cosciente, perché “è il discorso dell’Altro” e che l’inconscio in quanto “luogo del dispiegamento della parola è strutturato come un linguaggio”.

Questa dimensione simbolica impersonale, Altra rispetto all’uomo, ci parla attraverso i lapsus, i sogni, i sintomi , le malattie… “in tal modo non è riducibile a una forza bruta che va disciplinata, a una tenebra infernale che va rischiarata dalla luce della ragione” [Sergio Moravia, Lo strutturalismo francese, p. 27]. L’inconscio è quindi l’autentica struttura fondamentale dell’essere umano, bisogna saperlo ascoltare senza pretendere di ridurne i messaggi a banali “significati”, funzionali alla nostra vita razionale-cosciente.

Questa realtà aliena alle leggi della logiche classica e quindi anche al funzionamento dell’universo fisico così come noi lo percepiamo non è un semplice e puro caos poiché presenta determinate caratteristiche che Freud per primo illustrò e che sono:

  1. Violazione dei principi su cui poggia la logica Aristotelica – cioè del principio di identità, non contraddizione e del terzo escluso – ravvisabile nella coesistenza dei contrari e nella identità dei contrari
  2. Sostituzione della realtà esterna con quella psichica
  3. Simultaneità spazio-temporale (quindi assenza di spazio e tempo)
  4. Condensazione e spostamento

Su questo punto occorre soffermarsi per un attimo poiché il principio di condensazione e spostamento sono ritrovabili nel linguaggio di ogni giorno nelle due figure retoriche di metafora e metonimia, che costituiscono – secondo il linguista Jakobson – le due attività inconsapevoli svolte dall’uomo nella creazione del linguaggio (struttura bipolare della lingua).

La metafora (condensazione) e la metonimia (spostamento) sono anche i due principi su cui si basa da sempre il pensiero magico.

Per esempio viene bruciata una foto (metafora, rapporto di similarità) a cui erano stati allegati i capelli della persona (metonimia, rapporto di contiguità) che deve subire il maleficio.

James Frazer nel Ramo d’Oro spiega come gli uomini individuarono due costanti riassumubili in “il simile produce il simile” (metafora) e “ogni effetto deriva dal contatto, visibile o invisibile, di un forza applicata da un agente”, la legge di contatto (metonimia).

Nel sogno vediamo che la condensazione fonde più idee in un’unica immagine (per esempio, un personaggio del sogno rappresenta e condensa le qualità e caratteristiche di due o più persone contemporaneamente), mentre lo spostamento rappresenta un termine con un altro (per esempio, una persona che figura nel sogno si potrà scoprire che rappresenti o stia per la madre del sognatore perché la sua immagine ha qualche tratto in comune con quello della madre) [Octave, Mannoni, Freud , op. cit., p. 89].

Essere Simmetrico e Essere Asimmetrico

Matte Blanco arriva quindi a proporre una nuova cornice di riferimento con la distinzione fra logica simmetrica che caratterizza il sistema inconscio e logica asimmetrica – equiparabile alla logica classica o aristotelica – propria del sistema conscio.

Secondo Blanco l’inconscio funziona secondo due principi:

  1. Principio di generalizzazione

Il sistema inconscio tratta una cosa individuale (persona, oggetto, concetto) come se fosse un membro o elemento di un insieme o classe che contiene altri membri; tratta questa classe come sottoclasse di una classe più generale e questa classe più generale come sottoclasse o sottoinsieme di una classe ancora più generale.

  1. Principio di simmetria

Il sistema inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione. In altre parole, tratta le relazioni asimmetriche come se fossero simmetriche.

Come a dire che se Giovanni è figlio di Paolo anche la relazione inversa è possibile: Paolo è figlio di Giovanni secondo il principio di simmetria.

Da ciò deriva che:

Quando si applica il principio di simmetria non ci può essere alcuna successione e se non c’è successione allora il sistema inconscio non risente del trascorrere del tempo

In altre parole se l’avvenimento y viene dopo l’avvenimento x che viene prima di y non esiste più ordinamento seriale e quindi non vi è alcuna successione.

Poiché le categorie di spazio e tempo sono intimamente legate anche lo spazio scompare.

Normalmente se il punto a sta a destra del punto b su una retta allora b sta a sinistra di a. Secondo il principio di simmetria invece ogniqualvolta a sta a destra di bb sta a destra di a: “cioè ogni punto diventa identico a ogni altro punto e a tutta la linea” quindi lo spazio collassa su se stesso.

Ciò comporta una ulteriore constatazione:

Quando si applica il principio di simmetria la parte è necessariamente identica al tutto perché tutti i membri di un insieme o classe vengono trattati come identici tra di loro e identici all’insieme o classe.

Da ciò deriva l’assenza di contraddizione e la condensazione e spostamento.

Due insiemi p e non p secondo la logica simmetrica diventano identici poiché fanno parte – sono cioè sottoclassi – di una classe più generale che li include entrambi.

Per esempio “essere donna” ed “essere uomo” sono due sottoclassi di una classe più ampia la classe degli esseri umani. In questo caso siamo ancora entro i confini del procedimento logico bivalente che opera secondo il principio di generalizzazione, crea cioè classi sempre più generali formate da sottoclassi che hanno qualcosa in comune e che restano distinguibili l’una dall’altra.

Una classe può essere sottoclasse di una classe più ampia, formulata in termini di una funzione proposizionale di tipo più generale:

“In questo modo possiamo includere la classe degli uomini e la classe delle donne nella classe degli esseri umani; la classe degli esseri umani, delle scimmie, dei roditori ecc. nella classe più generale dei mammiferi; la classe dei mammiferi e quella degli uccelli, dei rettili ecc. in quella dei vertebrati; quella dei vertebrati, insetti ecc. nella classe degli animali; animali e piante nella classe degli esseri viventi.” (p. 345) In tal caso però le classi sono distinte l’una dall’altra, infatti la definizione che Cantor da di insieme è “Come insieme intendiamo perciò la riunione in un tutto unico M di oggetti m della nostra percezione o del nostro pensiero, distinti tra loro, oggetti che si chiamano elementi di M” (1895).

Ma se applichiamo oltre al principio di generalizzazione anche il principio di simmetria il risultato non sarà lo stesso poiché il principio di simmetria conferirà tutte le proprietà della classe “esseri viventi” a ciascun elemento (le sottoclassi) che finisce col diventare identico a ogni altro. Così secondo il pensiero simmetrico o analogico è possibile dire che mia moglie è un vegetale.

Inconscio come insiemi infiniti

Nella logica simbolica si afferma che gli elementi della classe sono equivalenti fra loro rispetto alla funzione proposizionale che definisce la classe ma non identici.

Per chiarire questo concetto occorre ricordare che una funzione proposizionale è un “enunciato aperto” che presenta una variabile. Tutti gli elementi che soddisfano questa funzione sono i membri della classe. Una classe è quindi definibile come “la collezione di tutti i valori che soddisfano una funzione proposizionale”. Prendiamo per esempio la funzione proposizionale “x è ferito”. Tutti coloro che sono feriti fanno parte della classe.

Si può anche dire che sono equivalenti fra loro nel soddisfare tale funzione ma non identici e quindi non hanno lo stesso valore. Come dire che Pino è differente da Tino anche se entrambi sono feriti. Oppure se consideriamo la classe di tutti i numeri inferiori a 100 vediamo che, sebbene 50 e 90 facciano parte della medesima classe non hanno per questo il medesimo valore.

Se invece applichiamo a questo insieme il principio di simmetria succede che ogni membro è identico e può stare per qualsiasi altro membro della classe e quando ci troviamo davanti a un elemento (la parte) abbiamo davanti a noi anche l’intera classe (il tutto)

Le parti essendo identificate con il tutto ne acquisiscono anche l’intera potenzialità.

Così accade che il medico Flechsing diventa Dio per Schreber. In virtù del principio di simmetria Flechsing è identico agli altri elementi della classe rappresentante l’archetipo padre è identico cioè a Dio, al sole e al padre di Schreber e ha acquisito le proprietà e le caratteristiche presenti nell’intera classe al massimo grado diventando una figura onnipotente.

Pensiamo ad altre situazioni in cui prevale la logica simmetrica: nell’innamoramento per esempio l’oggetto d’amore si trasforma nella personificazione della bellezza e in genere le emozioni “primitive” o “non addomesticate”, come le definisce Blanco, non risentono delle limitazioni spazio temporali. L’emozione nell’attimo in cui è provata sembra infinita, eterna.

Un altro fenomeno è la fusione fra il soggetto e l’oggetto d’amore: la persona amata verrà amata come una parte di sé o semplicemente come se stessi.

Ricapitolando le tre fondamentali caratteristiche dell’emozione sono:

“generalizzazione delle caratteristiche o proprietà attribuite all’oggetto in modo tale che tutte le proprietà di questo tipo arrivano ad essere in esso contenute; massimizzazione della grandezza di queste caratteristiche; e, come conseguenza di entrambe, irradiazione dall’oggetto concreto a tutti gli altri che in tal modo lo rappresentano.”

La donna amata diventa la rappresentante dell’intera classe LA DONNA; acquisisce tutti i valori della femminilità al massimo grado e rappresenta tutte le donne.

Nei momenti di panico e angoscia l’oggetto fobico viene investito di tutta una serie di caratteristiche che per il pensiero asimmetrico non possiede. Malgrado ciò “l’irruzione di simmetria” produce i suoi effetti: “lo spazio chiuso di una stanza o quello aperto di una piazza, acquistano tutte le potenzialità della classe e la funzione proposizionale in esame, ad esempio il buio-chiuso della stanza, non solo prende il sopravvento su tutte le altre proprietà ma si infinitizza. E per tale infinitizzazione il buio-chiuso, circoscritto e particolare, di quello spazio e di quel tempo diventa il Buio-Chiuso assoluto e universale della classe, quindi il Buio-Chiuso di uno spazio e di un tempo infinito che dà luogo con perfetta coerenza al panico dell’esperienza claustrofobica.” (p. LIII)

Con gli strumenti della logica si può intendere questa identità fra parte e tutto come una corrispondenza biunivoca tra un sottoinsieme o tra sottoinsiemi e l’insieme; tra contenitore e contenuto. In termini tecnici succede che la parte acquisisce la stessa cardinalità o potenza del tutto.

È proprio quando ci troviamo dinanzi a questa caratteristica che ci rendiamo conto di trattare con insiemi infiniti. Scrive Dedekind: “Un insieme è infinito quando e solo quando può essere messo in corrispondenza bi-univoca con una sua parte propria”.

Per intendere il termine corrispondenza biunivoca possiamo portare l’esempio di due insiemi: l’insieme delle ballerine, che chiameremo M e l’insieme dei ballerini (N) in una sala da ballo. Questi due insiemi si trovano in corrispondenza biunivoca se ragazze e ragazzi stanno ballando in coppia. In tal modo ad ogni elemento di M corrisponde un solo elemento di N.

Se i due insiemi sono in corrispondenza biunivoca si dice che sono equivalenti e che hanno la stessa potenza o stesso numero cardinale. Per esempio se le ballerine sono 10 il numero cardinale dell’insieme M è uguale a 10. La cosa curiosa è che l’insieme infinito dei numeri naturali M={1,2,3,4 …} e l’insieme infinito dei numeri pari N={2,4,6,8 …} possono essere messi in corrispondenza biunivoca e sono quindi equivalenti poiché hanno lo stesso numero cardinale anche se a prima vista potremmo pensare che M debba essere il doppio rispetto a N. Quando ci spostiamo dal finito all’infinito non c’è più alto e basso, minore e maggiore, bene e male.Consideriamo ora l’insieme dei numeri naturali o interi che chiameremo M. M è un insieme infinito costituito da sottoinsiemi per esempio l’insieme dei numeri pari e l’insieme dei numeri dispari.

Il paradosso dell’identità cardinale tra la parte e il tutto “comporta il superamento della concenzione di un solo “infinito” e introduce per la prima volta nella storia del pensiero, l’idea – a prima vista sconcertante – di infiniti di ordine diverso, di infiniti infiniti per i quali diventa legittimo parlare di “aritmetica del transfinito” così come lo era per il regno del finito” (p. XXII)

Ecco allora che torniamo all’idea di Matte Blanco: l’inconscio come insiemi infiniti. Prendiamo per esempio ancora per una volta l’amore per la donna amata, in questa emozione possiamo distinguere secondo Matte Blanco almeno tre insiemi infiniti:

  1. L’oggetto o soggetto dell’emozione ha condensato in sé tutte le possibili grandezze della proprietà che definiscono la classe. Per esempio tutti i valori che soddisfano la funzione proposizionale “x è una donna femminile” (protettività, recettività, dolcezza, morbidezza, ecc.)
  2. Ognuna o parte di queste grandezze è suscettibile di acquisire un valore infinito.
  3. Per ogni valore y, q, z, ecc. ci può essere un numero infinito di x, cioè di elementi della classe che assumono questo valore.

Ritornando all’esempio di “x è una donna femminile” si può dire che, per ogni valore e combinazioni di valori (per esempio x è una donna dolce e protettiva) possiamo trovare un numero infinito di variabili x che soddisfano tale proposizione, quindi un numero infinito di elementi della classe. (p. 301)

Così quella donna investita dell’emotività profonda acquisisce in sé tutti i valori della femminilità al massimo grado e rappresenta tutte le donne.

Infinito attuale potenziale

Occorre precisare che se all’interno di una classe vige il principio di simmetria in genere l’inconscio riesce a differenziare tra insiemi differenti e solo “quando le manifestazioni inconsce diventano “più profonde”, le classi o insiemi che si formano sono più ampie, quindi il principio di simmetria si applica a collezioni di oggetti sempre più ampie, che nella logica bivalente sono catalogate come sottoinsiemi. Alla fine troviamo un solo grande insieme o collezione. In questo insieme, in accordo con il principio di simmetria, ogni cosa è identica a qualsiasi altra e non si può differenziare da essa.” (p. 167)

E questa è anche la natura dell’esperienza mistica.

Il tentativo di cogliere questa realtà da parte del pensiero asimmetrico è quella di rappresentarla come eterno ritorno, circolarità o ricorsività oppure come infinita divisibilità. Si tratta di un tentativo di ridurre qualcosa di alieno al pensiero – l’unità omogenea e indivisibile dell’essere che corrisponde anche con il vuoto assoluto e insondabile – con qualcosa di pensabile e rappresentabile: il cerchio o l’infinitamente divisibile.

Prendiamo per esempio una successione infinita di numeri razionali:

1/1, 1/2, 1/3, 1/4….. 1/m

Più alto è il valore del denominatore m e più il numero piccolo approssimandosi allo zero senza tuttavia raggiungerlo.

Questo è l’infinito potenziale, come disse Anassagora: “Per ogni grandezza ve ne è sempre una maggiore” e “Nel piccolo non vi è minimo, ma vi è sempre un minore poiché ciò che esiste non può cessare di esistere per nessuna divisione per quanto portata avanti.”

Nel pensiero Greco infatti vi è il rifiuto dell’infinito come totalità attuale in favore di un infinito solo potenziale costituito dal crescere e dal decrescere di una grandezza variabile. Scriveva Aristotele nel terzo libro della Fisica: “L’esistenza dell’illimitato si esprime in senso potenziale; pertanto l’illimitato esiste in parte con l’aggiungere, in parte col togliere”.

Come scrive Guido Calogero nel suo volume sulla logica antica (1967): “Tutta la filosofia e in un certo senso tutta la spiritualità dei Greci è un costante sforzo di determinare il preciso contorno delal realtà estraendola dalla nebbia dell’indefinito, di dimostrarvi la vittoria del “limite” sull’illimite […] Tanto l’Oriente quanto l’Occidente avverte come il concreto reale sia per forza terminazione dell’indeterminato e quindi negazione dell’infinità: ma mentre il primo inclina perciò a svalutare le limitazioni e a dissolvere il terminato nell’indeterminato che tutto comprende, l’altro si orienta nel senso opposto. Al culmine della sua evoluzione antica con Aristotele, esso respinge l’infinito nell’inferiore sfera della potenza che non ha ancora raggiunto la finitezza dell’atto, concepisce quella realtà più reale che è la sostanza… come entità individualmente delimitata nello spazio e nel tempo e vede nel processo all’infinito la suprema prova dell’assurdo, il sintomo principe dell’impossibilità del reale e del vero.”

Struttura bi-logica stratificata

Matte Blanco propone una struttura bi-logica (combinazione di logica simmetrica e asimmetrica) stratificata dell’inconscio disposta in cinque livelli che saranno tanto più “profondi” tanto più sarà maggiore la proporzione di relazioni simmetriche rispetto a quelle asimmetriche fino a giungere alla zona impensabile costituita dall’assenza di spazio e tempo.

Ogni fenomeno psichico o comportamentale può essere letto secondo differenti livelli di profondità poiché queste realtà psichiche coesistono contemporaneamente nell’uomo: “dietro ogni individuo o relazione – percepita o data in un certo modo e in un dato momento – il sé “vede” una serie infinita di individui; tutti questi soddisfano la stessa funzione proposizionale (che può essere complessa, composta cioè da diverse asserzioni) alla cui luce l’individuo o la relazione in questione viene percepita, vista o vissuta in questo momento. Se l’attenzione dell’osservatore resta concentrata sul primo livello, quello della coscienza, allora egli sarà solo cosciente dell’individuo concreto; se si lascia permeare dai livelli sottostanti, questa infinità si dispiegherà davanti a lui, sebbene in modo inconscio. Ad abbracciare questa serie infinita vi è una sola unità: la classe o insieme. Questo a sua volta è vissuto come una unità.” (pp. 189-190)

Ecco i cinque livelli descritti da Matte Blanco:

  1. a) il livello degli oggetti coscienti e ben delimitati che corrisponde al livello del pensiero asimmetrico […] Qui predomina la logica classica aristotelica
  2. b) il livello delle emozioni più o meno coscienti dove vigono simmetrizzazioni molto ben delimitate a livello cosciente come quelle che si manifestano, ad esempio, nell’innamoramento accanto ad un buon funzionamento del pensiero asimmetrico;
  3. c) il livello di simmetrizzazione della classe per cui cose tra loro equivalenti diventano identiche: conseguenza fondamentale di questa simmetrizzazione è che ogni individuo diventa la classe e, di conseguenza, acquista tutte le potenzialità di quest’ultima […]
  4. d) il livello di progressiva simmetrizzazione di classi sempre più comprensive: simmetrizzazione così estese possono caratterizzare il funzionamento mentale di alcuni stati schizofrenici;
  5. e) i livelli più profondi che hanno come limite matematico l’indivisibilità: da questo punto in giù la quantità di simmetrizzazione è così grande che il pensiero, che richiede relazioni asimmetriche, è gravemente compromesso. Il limite concettuale è il modo indivisibile allo stato puro, dove ogni cosa diventa ogni altra cosa e dove le relazioni tra le cose sono tutte teoricamente contenute in ogni singola cosa che l’intelletto riesce a cogliere.” (pp. LXIV-LXV)

Quindi possiamo dire che l’essere simmetrico non si manifesta mai da solo nell’uomo si può soltanto dispiegare e tradurre nella dimensione spazio-temporale dell’Essere asimmetrico. Quindi si può parlare di pensiero ibrido, di una bi-logica costituita da queste due logiche presenti nell’animo umano.

In questo senso non è esatto dire che al posto dell’Es deve addivenire l’Io poiché “l’Es non può mai diminuire la sua grandezza: è sempre infinito e non può essere sostituito dall’Io” (p. 332)

Si potrebbe anche ipotizzare che l’Essere asimmetrico emerge come “un gruppo limitato di funzioni dagli insiemi infiniti del nostro essere simmetrico” (p. 115)

Questa sembra essere l’ipotesi per la quale propendeva anche Freud quando individuò nell’Es la nostra vera realtà psichica:

“Un individuo è dunque per noi un Es psichico, ignoto e inconscio, sulla cui superficie poggia l’Io, sviluppatosi dal proprio nucleo, il sistema P.” (Io e l’Es)

Secondo Matte Blanco lo scopo della psicanalisi è più che altro mitigare l’irruzione massiccia del livello simmetrico profondo (per esempio panico, fobie, psicosi) così come l’asimmetrizzazione forzata che viene messa in atto per controllare e delimitare l’esperienza simmetrica patologica (ossessioni), per giungere così a un’equilibrio della psiche.

Ciò accade anche nella terapia cognitiva quando attraverso il metamodello si intende asimmetrizzare ciò che fino a quel momento era simmetrico in modo patologico. Tramite questo processo si può giungere al massimo a “illuminare con la luce della coscienza” il quarto livello di “profondità” descritto da Blanco traducendolo in termini asimmetrici.

I fondamenti del pensiero

Matte blanco parte dal presupposto che non è possibile sviluppare alcun sistema logico senza il concetto di psazio-tempo e quindi senza la distinzione, la divisibilità e la relazione tra le cose:

“Sembra, ora, evidente che nessuna logica, nessun universo di discorso di qualsiasi ordine, […] può in alcun modo essere o essere sviluppata se previa o contemporanea ad esso non vien fatta una distinzione tra qualcosa e qualcosa d’altro e cioè la distinzione tra due qualcosa.” (p. 364)

Ciò porta Matte Blanco ad affermare che ogni discorso logico è formato almeno da una triade costituita da S, SE e R, dove S sta per Something, SE per Something else e R designa la relazione tra i due elementi in questione.

Potremmo definire questo principio anche come la natura duale dell’universo del pensiero. Lao Tze affermava qualcosa di simile quando diceva: “Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, da cui il brutto. Che il bene è bene, da cui il male. È così che essere e non essere si danno nascita fra loro”. Ma ad ogni modo la totalità dell’Essere simmetrico rimane per noi ineffabile: “Il Tao che si può nomare non è l’eterno Tao”.

Prendiamo un’asserzione come “a è identico a se stesso”. Anche tale asserzione implica un S e un SE: “sebbene sia vero che il designato di a è solo uno, la sua rappresentazione in termini di logica non è una ma duplice: una nella posizione di referente e l’altra in quella di relato nella relazione di identità.” (p. 365).

E questo è anche il paradosso implicito nell’esortazione “Conosci te stesso” poiché l’Io come soggetto dovrebbe restare distinto dall’Io come oggetto pur restandogli identico. In realtà l’Io osservante e l’Io osservato si co-creano a vicenda, si può anche dire che nell’atto di conoscersi l’Io rimane diviso da sé stesso.

I connettivi logici

Nella logica proposizionale i connettivi consentono di formare enunciati composti (hanno perciò la funzione di R) e sono:

La negazione (non), la disgiunzione (o), la congiunzione (e), l’implicazione, l’equivalenza.

Quindi “nessun calcolo proposizionale può essere sviluppato senza il concetto di relazione. Poiché, d’altra parte, il calcolo proposizionale tratta combinazioni di proposizioni con altre proposizioni, ne segue che nessun calcolo proposizionale può essere sviluppato senza il concetto di qualcosa e qualcosa d’altro.” (p. 367)

Ne consengue che ogni componente della triade viene definita da ogni altra e non può esistere senza le altre.

Qui ci troviamo di fronte alla circolarità e al paradosso proprio nel cuore della logica: il tutto non può esistere senza le parti e le parti senza il tutto ma chi viene prima?

“È evidente che, almeno da un certo punto di vista, ogni membro della triade è più semplice della triade stessa. Eppure nessuno di essi può esser concepito o descritto senza gli altri due o, forse, senza la triade. Questo fatto può essere espresso dicendo che il semplice è definito in termini del complesso o che la logica inizia dal complesso per arrivare al semplice. D’altra parte è ugualmente vero dire che non potremmo concepire la triade – come il suo nome dimostra – se non avessimo l’idea dei suoi elementi. Così, definiamo il semplice in termini del complesso e il complesso in termini del semplice. La triade di S, SE ed R è, perciò, un altro esempio della circolarità basica che esiste nella zona di partenza della logica.”

Le sorprese chiaramente non finiscono qui perché ogni membro della triade non è solo inconcepibile senza gli altri due ma è a sua volta descritto in termini di un’altra triade così via fino all’infinito, è come se trovandoci davanti a una triade o a un solo elemento della triade fossimo in contatto con l’intera costruzione del pensiero: “ogni enunciato o proposizione, anche se espressa in termini di una triade, comporta in realtà una miriade di triadi con le loro rispettive relazioni”

Per esempio se prendo un vocabolo del dizionario e voglio cominciare a studiarne tutte le possibili diramazioni mi troverò a utilizzare gran parte se non tutto.

La stessa teoria della “semiosi illimitata” di Charles S. Peirce prevede che i segni rimandino ad altri segni all’infinito, e fino all’infinito viene rimandata la possibilità di individuare un referente materiale.

In effetti la credenza in un Sé centrale è pura illusione, è soltanto il senso dell’ego quello che emerge da una serie di catene di associazioni linguistiche senza fine. Quindi torniamo al discorso di Freud: “Un individuo è dunque per noi un Es psichico, ignoto e inconscio, sulla cui superficie poggia l’Io, sviluppatosi dal proprio nucleo, il sistema P.”

Ad ogni modo occorre ricordare che non c’è un punto di partenza privilegiato all’interno di questa rete di triadi poiché qualsiasi nodo della rete può condurci a tutti gli altri: “ogni volta che abbiamo un pensiero, e quindi un fatto, abbiamo in esso tutto il mondo: nessun fatto (pensiero) è separato dal resto del mondo, cioè da tutti i fatti: un fatto (quindi un pensiero od un concetto logico) non può esserci senza tutti i fatti (pensieri o concetti logici) cioè, senza tutto il mondo e questo vale per ogni fatto” (p. LX)

E questa è una ulteriore circolarità ancor più “ampia” di quella presente all’interno delle triadi.

Ma poniamo per un attimo di non voler tener conto di questi paradossi e diamo per scontato che un sistema logico costituito secondo il principio di asimmetria è perfettamente accettabile poiché si basa su alcuni presupposti tra cui il principio di non contraddizione.

A questo punto, se ci soffermiamo un attimo, ci rendiamo conto che non è possibile dimostrare la verità del principio su cui poggia il nostro pensiero poiché dovremmo fa riferimento di nuovo al principio stesso dando per scontata la sua verità, un’impresa che solo il Barone di Münchhausen è stato in grado di compiere quando salvò se stesso e il proprio cavallo dallo sprofondare in una palude tenendosi sollevato per il suo stesso codino.

“Detto in altre parole, vista con il pensiero e la logica, la base della logica e del pensiero non ha, essa stessa, una base logica perché in logica non si può impiegare come base o fondamento del principio dei concetti che sono espressione o conseguenze dell’applicazione del principio… Dunque se guardiamo con il pensiero (e non possiamo guardare che con il pensiero) all’interno delle basi del pensiero e della verità, ci troviamo con qualcosa che, vista con il pensiero, ci sembra essere un vuoto assoluto insondabile, che ci risucchia verso qualcosa che è alieno al pensiero.” (p. LXI)

Per poter dimostrare la completezza e la coerenza del sistema occorrerebbe uscire dal sistema preso in esame e ricorrere a una serie di metateoremi a loro volta indimostrabili se non con un ulteriore meta-metateorema e così via fino all’infinito poiché qualsiasi sistema non riesce a dimostrare la sua coerenza all’interno della propria struttura.

Tutto ciò ci porta al Teorema di Gödel sulla Indecibilità, secondo il quale nessun sistema può dimostrare se stesso a partire da se stesso.

È la questione paradossale che sorge anche quando affermiamo “Io sto mentendo” e quando Wittgenstein nel Tractatus (4.442) afferma: “Una proposizione non può enunciare, di se stessa, che è vera”, al che Watzlawick risponde: “Peccato, tuttavia, che anche questa frase sia una frase che dice qualcosa su se stessa, proprio come quella che ho appena pronunciato.” (Paul Watzlawick, Il codino del Barone di Münchhausen, Feltrinelli, 1989 Milano, p. 151)

Il teorema ci insegna che tutte le assiomatizzazioni coerenti dell’aritmetica contengono proposizioni di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità (è questa la natura del paradosso) a meno che questo sistema sia per l’appunto incoerente oltre che chiaramente autoreferenziale e non falsificabile se teniamo conto anche degli apporti di Popper.

Per concludere, possiamo riassumere che nessun sistema formale per quanto complesso sia, potrà dimostrare la propria completezza e coerenza senza dover ricorrere a metateoremi a loro volta nuovamente indimostrabili. Ma ciò che a prima vista potrebbe apparire come un limite può portare anche alla constatazione che non c’è una verità finale e definitiva che possa farci giungere all’immobilità e alla cristallizzazione del pensiero e della creatività umana.

Anche il procedimento della presa di coscienza di sé è teoricamente un procedimento che può continuare all’infinito poiché prima o poi si raggiungono le propaggini di un altro inconscio: l’inconscio sopracosciente anch’esso non completamente esplorabile.

Ciò non dovrebbe stupire perché già l’infinita riflessività della coscienza su sé stessa fa intuire che abbiamo a che fare con un insieme infinito.

In effetti, la coscienza possiede la peculiare caratteristica di non aver bisogno di rivolgersi a sé medesima: nell’atto di percepire un oggetto possiamo essere coscienti e al contempo immemori di noi stessi travolti nel flusso delle nostre percezioni e rappresentazioni interiori.

Perché la nostra coscienza di second’ordine possa essere riconosciuta come tale occorre una coscienza di terz’ordine che possa riflettere sulla precedente tramite una sorta di percezione interiore.

Un piccolo esempio chiarirà questi concetti:

I° ordine: percezione sensoriale della mela

II°ordine: verbalizzazione “Questa mela è verde”

III° ordine: Sto pensando che “questa mela è verde”

IV° ordine: Sto pensando di pensare che “questa mela è verde”

e così via all’infinito.

Poiché questo processo deve necessariamente fermarsi da qualche parte (anche se teoricamente potrebbe continuare all’infinito) occorre postulare allora un “inconscio sopra-cosciente”.

Per esempio il teorema del matematico Dedekind che nel suo trattato “Essenza e significato dei numeri” (1888) dimostrò l’esistenza di un numero infinito di sistemi proprio a partire dalla nostra attività di pensiero cosciente:

“Il mondo dei miei pensieri, cioè l’insieme S di tutto ciò che può essere oggetto del mio pensiero è infinito. Infatti se s è un elemento di S, anche il pensiero s1 che s possa essere oggetto del mio pensiero è un altro elemento di S”.

Lo stesso Cantor arrivò a postulare l’”infinitizzazione” dell’intelletto umano:

“La finitezza dell’intelletto umano viene invocata spessissimo come argomento per sostenere che solo i numeri finiti sono pensabili… Se, però, si dimostra che l’intelletto può, in un senso ben determinato, costruire e distinguere l’uno dall’altro anche dei numeri infiniti cioè soprafiniti o si dovrà dare alle parole “intelletto finito” un senso più generale… oppure – e secondo me è questa l’unica soluzione giusta – anche all’intelletto umano si dovrà concedere, sotto certi aspetti, il predicato “infinito”. Le parole “intelletto finito”, che sentiamo tanto spesso, sono a mio giudizio del tutto improprie; per quanto la natura umana sia limitata – e lo è davvero – essa ha moltissimi punti di contatto con l’infinito; anzi se non fosse essa stessa infinita sotto certi aspetti, quella salda certezza e fiducia nell’essere dell’Assoluto nel quale sappiamo di essere tutti uniti in maniera inspiegabile. Io sono convinto, in particolare, che l’intelletto umano abbia una disposizione illimitata alla costruzione, passo dopo passo, di intere classi numeriche che stanno in un rapporto determinato coi modi infiniti e le cui potenze sono via via crescenti.”

L’ipnosi Ericksoniana secondo la bi-logica
Alla luce di queste ultime “teorie” possiamo intendere e reinterpretare il Milton Model a seconda degli schemi linguistici capaci di attivare il pensiero asimmetrico (ingannandolo con falsi sillogismi) o il pensiero simmetrico.

 

Matte Blanco proponeva in linea con ciò che insegnava Erickson di parlare al paziente con il linguaggio dell’inconscio, utilizzando una tecnica che non disdegna l’uso della metafora, della poesia, dello humour, dei giochi di parole (p. XCIV)

Notiamo inoltre che l’ipnosi a differenza delle terapie basate sull’insight si spinge a profondità sempre maggiori di pensiero simmetrico con lo scopo di costruire delle “reti di simmetria” più funzionali rispetto a quelle patologiche in corso.

Erickson come Freud e molti altri grandi psicoterapeuti spodesta l’Io dalla sua presunta centralità. Secondo Erickson c’è una parte – l’inconscio – che lavora secondo logiche estranee all’Io conscio e che occorre ascoltare perché è molto più saggia.

Da ciò derivano le tecniche di confusione e depotenziamento degli schemi coscienti al fine di andare oltre ai limiti appresi e aprire un varco verso l’iperspazio della mente inconscia creando nuove connessioni, nuove metafore, nuove associazioni in una vera e propria arte della tessitura.

Ambiguità fonologica
Un altro elemento importante dell’approccio Ericksoniano risiedeva nel controllo del suo paraverbale come se fosse uno strumento musicale utilizzabile per evocare significati al di là del contenuto puramente logico.La “musicalità” della sua voce si manifestava attraverso il tono, le variazioni di ritmo, le pause, la sottolineatura analogica. Tutto ciò consentiva di veicolare messaggi ulteriori e faceva spostare l’attenzione del paziente dal contenuto alla musicalità del suo linguaggio, dal significato al significante sonoro.

Anche Freud era consapevole dell’importanza del paraverbale e prescriveva all’analista di mantenere un’attenzione fluttuante così da non preoccuparsi “di tenere a mente alcunché”. In tal modo piuttosto che indulgere a speculazioni ed elucubrazioni poteva “cogliere l’inconscio del paziente col suo stesso inconscio”

L’uso di ambiguità fonologiche, sintattiche o di portata potenzia questo processo inconscio attivando rapporti simmetrici.Ambiguità di portata:”Parlandoti come se fossi ipnotizzato”Frase che può essere intesa simmetricamente in entrambi i sensi:_ Io ti parlo come se tu fossi ipnotizzato;_ Io ti parlo come se fossi io ipnotizzato.Nella logica asimmetrica solo uno dei due significati può essere vero mentre secondo il principio di simmetria sono veri entrambi allo stesso tempo.Ambiguità sintattica:”L’ipnosi di un ipnotizzatore può essere pericolosa”Ipnotizzare un ipnotizzatore può essere pericoloso=essere ipnotizzato da un ipnotizzatore può essere pericolosoLo stesso discorso vale per altri tipi di ambiguità come quelle fonologiche come per esempio con parole che hanno più di un significato. In tutti questi casi così come con altri effetti sonori (rime, assonanze, alliterazioni, ritmo, ecc..) scattano nell’ascoltatore delle simmetrizzazioni.Nominalizzazioni
Le nominalizzazioni raggruppano in un’unica classe un’infinità di fenomeni specifici e ciò da adito ad ambiguità.Per esempio, che cosa vuol dire spiegare? Come stabilire in modo univoco – quindi secondo la logica asimmetrica – che cosa sia una spiegazione da che cosa non lo sia?La nominalizzazione è un perfetto esempio di bi-logica: da una parte i concetti astratti che veicola si prestano alla simmetrizzazione ma al contempo sono applicabili – tramite una ricerca transderivazionale – a un aspetto specifico della vita del paziente.Tale fenomeno può essere interpretato anche tramite il concetto di funzione proposizionale. Una funzione proposizionale è un enunciato aperto con un numero enorme di valori che lo soddisfano ma che assume senso per il soggetto solo quando alla variabile viene assegnato un valore preciso. Questo meccanismo opera nelle nominalizzazioni, nelle cancellazioni, nei verbi non specificati, nelle ambiguità, nelle metafore.


Metafora

La metafora per la sua particolare struttura bi-logica consente a Erickson di parlare all’inconscio impegnando contemporaneamente anche l’Io conscio: “la comprensione della metafora implicitamente comporta l’estrazione di relazioni generali da un esempio particolare, e il successivo riconoscimento che queste relazioni generali si applicano anche ad un altro esempio particolare” (Matte Blanco I., L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, Torino 1981, p. 449)

Una metafora può essere letta a differenti livelli di simmetrizzazione secondo la già citata topologia stratificata dell’inconscio. In un racconto, un aneddoto, una parabola coesistono molti significati contemporaneamente molti dei quali non sono immediatamente visibili, è una verità che in parte si rivela e in parte si sottrae alla vista. Alcuni oggetti, simboli, personaggi o eventi presenti in essa possono evocare molte o tutte le classi a cui l’oggetto, il personaggio o la situazione concreta in questione appartengono.Ad ogni modo la metafora è operativa anche se non immediatamente compresa nel suo significato profondo dalla parte conscia. In seguito, la coscienza può rimanere piacevolmente sorpresa da una illuminazione che arriva some se provenisse fuori da sé:”Il pensiero non è la riduzione della realtà alla misura della coscienza o ad una rappresentazione della realtà entro il teatro della coscienza, ma è la coscienza che si illumina allorché un evento, un processo interiore si compiono e con una estremità terminale si estendono e arrivano fino a lei, la «zona chiara», diurna dell’interiorità umana.” (Aldo Giorgi Gargani, “Ignacio Matte Blanco e la cultura contemporanea. Estetica e psicoanalisi” in AA.VV.,L’inconscio antinomico, a cura di Pietro Bria e Fiorangela Oneroso, Franco Angeli,1999 Milano, p. 28)Ricalco
Il ricalco è un metodo efficace per conoscere l’altro a un livello che oltrepassa le verbalizzazioni asimmetriche. Tramite di esso è possibile sperimentare le emozioni del paziente a un livello pre-linguistico tramite l’Io corporeo. Grazie alla comunicazione multidimensionale mediata dal corpo l’inconscio ci parla simmetricamente. Anche Freud si rese conto dell’enorme importanza dei messaggi non-verbali e delle risposte ideodinamiche. In una lettera a Groddeck scrisse che, oltre alle ben note caratteristiche già descritte (condensazione, spostamento, assenza di contraddizione, atemporalità e sostituzione della realtà esterna con quella  interna) “l’atto inconscio ha un’intensa influenza plastica sui processi somatici quale non viene mai raggiunta dall’atto cosciente”” (S. Freud, L’inconscio, OS7, vol. VIII, p. 71n) Così l’inconscio ci parla attraverso le posture del corpo, la mimica del volto, il respiro, lo stile dei movimenti, i gesti, la voce…Erickson era perfettamente consapevole di ciò e praticava un “ascolto integrale” comunicando prevalentemente con l’inconscio grazie al ricalco e alla guida dei messaggi non-verbali posti al di fuori della consapevolezza del paziente.Grazie all’ascolto di eventi al confine fra lo psichico e il somatico Erickson poteva avere una comprensione o intuizione di ciò che era veramente importante – a un livello  profondo ed emotivo – per l’interlocutore.

Identificazione
Nell’esperienza della identificazione in trance profonda con l’ipnotista vediamo all’opera il pensiero simmetrico. L’identificazione con l’ipnotista è tale che l’ipnotizzato senta la voce dell’ipnotista come se provenisse dal suo interno.

Erickson nelle sue induzioni diceva: “e la mia voce ti accompagnerà, e si tramuterà in quella dei tuoi genitori, del tuo maestro, dei tuoi compagni di giochi e persino nella voce del vento e della pioggia…” Sidney Rosen spiega che questa frase permetteva a Erickson “di tenere il contatto col paziente in trance, indipendentemente dalla profondità della regressione del paziente, e contemporaneamente gli serviva da spunto per le suggestioni postipnotiche. […] Tra queste suggestioni potevano esserci ingiunzioni e punti di vista, che allora sarebbero stati ‘uditi’ (spesso tramite la voce di Erickson) come la voce di un genitore introiettato o Super Io. Questa introiezione della voce di un terapeuta può comparire in qualsiasi psicoterapia, ma ha maggiori probabilità di presentarsi quando il paziente è in stato di trance ipnotica. Una possibile spiegazione di questo fenomeno è stata avanzata da Lawrence Kubie a un congresso della American Psychoanalytic Association. Kubie notò che nella trance ipnotica la distinzione tra ipnotizzatore e soggetto viene abolita. Il soggetto sente la voce dell’ipnotizzatore come se provenisse dalla propria testa, come se fosse la propria voce interna. Questo era vero nel caso di Erickson. La sua voce diveniva la vostra voce, e la sua voce vi accompagnava, dovunque foste.” (Milton H. Erickson, La mia voce ti accompagnerà, Astrolabio, Roma  1983, p. 22)

Percepire l’altro come se stesso e se stesso come altro implica una relazione di tipo simmetrico.

Tra l’altro questa capacità consente all’uomo di conoscere emozionalmente l’altro e di amare:

“Il principio di simmetria, in sostanza, mette se stessi di fronte a se stessi, in virtù appunto della sua proprietà simmetrica, dà luogo a una sfera in cui si vive contemporaneamente come altro e come se stesso” (Gabriele Pulli, “Il problema del principio di simmetria” in AA.VV.,L’inconscio antinomico, a cura di Pietro Bria  e Fiorangela Oneroso, Franco Angeli,1999 Milano, p. 174)

Ciò accade anche nella vita quotidiana, pensiamo per esempio al meccanismo dell’identificazione proiettiva.

Nella lettura di un romanzo o nella visione di un film è consentito essere e non essere il personaggio prescelto e così accade nel sogno perché il sogno come l’opera d’arte sono tutte manifestazioni del pensiero simmetrico.

Pensiamo anche al fenomeno della dissociazione: essere contemporaneamente all’interno e all’esterno di se stesso, guardarsi mentre si va in trance.Oppure l’allucinazione: ciò che interno sta anche all’esterno ma quell’esterno che viene trattato come tale ha il valore di qualcosa di interno perché è manipolabile con la sola volontà della mente.Sono tutti fenomeni che segnalano che il principio di simmetria è prevalente al principio di asimmetria.

Approccio naturalistico
L’azione terapeutica di Erickson è sempre ben consapevole della coesistenza di asimmetria e simmetria in ogni momento della giornata (struttura bi-logica e stratificata della mente) tanto che Erickson parla di “trance spontanee” durante la cosiddetta vita di veglia.Possiamo considerare che sono le relative proporzioni di simmetria e asimmetria che caratterizzano uno stato come conscio o inconscio.I livelli descritti da Matte Blanco sono 5 ma si possono considerare virtualmente infiniti. Ciò che è interessante in questo modello è il passaggio graduale dall’asimmetria più rigida alla simmetria assoluta. A seconda delle proporzioni fra queste due logiche il funzionamento psichico e la percezione della realtà cambiano.In particolare all’aumento dell’emozione e della profondità della trance corrisponde un aumento nella modalità simmetrica di funzionamento e si verificano isomorfismi fra esperienze e realtà diverse come conseguenza della violazione di livelli logici.

Conclusione
Il linguaggio, come la mente sono retti dalla interazione tra pensiero simmetrico e asimmetrico (la bi-logica).

La comunicazione non-verbale, le metafore, le implicazioni, i presupposti e i postulati di conversazione sono tutti esempi di comunicazione bi-logica. La ricerca trasderivazionale che attivano conducono l’interlocutore a leggere tra le righe per interpretare il messaggio.Secondo Francisco Matte Bon (figlio di Matte Blanco) in ogni atto enunciativo vi è una presunzione di simmetrizzazione e generalizzazione riassumibile in due massime di funzionamento:”a) ogni volta che parlo di A sto parlando di A ma anche di tutto il resto (cioè della classe alla quale appartiene A)b) se dico X sto dicendo X ma anche il contrario di X” (Francisco Matte Bon, “Lingua, analisi della lingua e bi-logica” in AA.VV.,L’inconscio antinomico, a cura di Pietro Bria  e Fiorangela Oneroso, Franco Angeli,1999 Milano, p. 119)Quest’ultimo è il caso dell’uso della negazione nell’ipnosi Ericksoniana con frasi del tipo: Non andare ora in trance.Anche la riassociazione  di risorse e di processi creativi sono il risultato di una collaborazione fra pensiero asimmetrico e pensiero simmetrico. In genere l’operare di Erickson presenta dapprima una simmetrizzazione di una rete di relazioni asimmetriche (catena di ancore positive) che si conclude con un successivo ri-dispiegamento e contestualizzazione asimmetrica (ristrutturazione).Lo scopo della sua terapia è sempre stato quello di creare associazioni fra risorse, eventi e pensieri –  in virtù del principio di simmetria – come se fossero membri della stessa classe e quindi interscambiabili.In definitiva si può dire che il linguaggio Ericksoniano proprio per la sua struttura bi-logica è capace di presentare qualcosa di apparentemente logico e circoscritto al contempo insinuando in questo qualcosa molte o tutte le classi a cui l’oggetto o la situazione appartiene. E’ quella conclusiva brevità della bi-logica che consente di dire con poche parole moltissime cose così da aprire un canale privilegiato di comunicazione con l’inconscio come insiemi infiniti.Si tratta di una cura mediante l’atto creativo dell’uomo.

 

Asimmetria

•    truismi

•    presupposizioni

•    modellamento causale o collegamento

•    domande trabocchetto

•    domande per facilitare nuove possibilità di risposta

•    performativa perduta

•    apposizioni di opposti

•    postulati di conversazione

•    Ordini in forma negativa

•    negazioni

•    non… fino a che

•    ratifica e approfondimento di trance

•    operatori modali

•    dissociazione conscio/inconscio

Simmetria

•    Nominalizzazioni

•    cancellazioni

•    verbi non specificati

•    indice riferenziale non specificato

•    frasi aperte

•    coprire tutte le possibilità di una classe di risposte

•    Ambiguità

•    Frammento di frase

•    lettura nel pensiero

•    distorsione temporale

•    sottolineatura analogica

•    Indice riferenziale generico con suggerimento di sintagma nominale

•    domande incastrate

•    comandi incastrati

•    citazioni

•    metafore

•    prescrizioni paradossali (doppi legami, utilizzazione della resistenza, prescrizioni del sintomo)

•    prescrizioni indirette e metaforiche

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